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FELICE ACCAME. Determinato e probabile: cominciamo con una distinzione.


Urtante, e per me avvilente, è il luogo comune che vorrebbe il gioco – ogni forma di gioco – sempre e comunque gioco d’azzardo.

 
Ho giocato per più di cinquant’anni la schedina del Totocalcio e mi ricordo del Tale che, arrivandomi alle spalle in tabaccheria, mi dice: “Tenti la fortuna, eh?”.
Io mi giro e gli pianto sul muso: “Niente affatto; non tento la fortuna, gioco con cognizione di causa – ho studiato tutta la settimana”.

Alla base della riprovazione sociale che l’ippica, faccio il mio esempio preferito, sta subendo – una caccia all’untore spietata in cui l’ippica, d’accordo, ci ha messo del suo – c’è questo malinteso. Che, innanzitutto, è un malinteso di ordine metodologico. Provo a spiegarmi con due argomentazioni – una che concerne il gioco e l’altra che concerne il pronostico e l’eventuale conseguenza della scommessa.
Non siamo gli unici animali a giocare. Anzi. Chi ha un cane o un gatto lo sa benissimo. Tramite il gioco, dicono gli etologi, vengono accresciute le possibilità di apprendimento; tramite il gioco, dicono gli antropologi, il giovane si pre-esercita a quelli che dovranno poi essere i comportamenti adulti – costruisce gradualmente la propria autonomia; tramite il gioco, dicono psicologi e sociologi, ci si predispone al linguaggio ed alla pratica dei ranghi sociali.
Ogni cultura insomma, come affermava lo storico olandese Johan Huizinga, alle origini ha in sé il carattere del gioco.
Credo ce ne sia a sufficienza per assegnare valori positivi al gioco.

La mia seconda argomentazione nasce dalla constatazione che, nei confronti di un qualsiasi evento, noi si possa assumere diversi atteggiamenti che implicano schemi mentali diversi. Due di questi – davvero fondamentali per la nostra esistenza – sono quello deterministico e quello probabilistico.
Faccio un esempio: se stabilisco che l’acqua per i miei spaghetti bolle a 100°C e se questa sera, una volta raggiunti questi 100 gradi canonici, non bolle affatto eccomi di fronte ad una differenza rispetto al termine di confronto – una differenza che va spiegata. Cause a disposizione ne ho quante ne voglio: posso dire che questa sera, nell’acqua, avevo messo del sale, oppure che, questa sera, mi trovo ad una altezza dal mare diversa da quella di ieri, ovvero che sono cambiate le condizioni della pressione atmosferica.

Si formulano leggi deterministiche, pertanto, quando si considerano differenze nei confronti di ciò che viene assunto come termine di confronto e quando, ripetendone la sanatura, si ottiene lo stesso risultato.
Va da sé che sono portato ad applicare lo schema deterministico nelle circostanze in cui posso isolare i singoli elementi (calore, acqua, sale, pressione atmosferica) diversificandoli, mentre, non potendo – ignorando per esempio la forza del calore e la composizione salina dell’acqua -, potrò ricorrere allo schema probabilistico.
Se gioco a testa-o-croce, e volessi applicare lo schema deterministico, mi troverei in difficoltà: come minimo, dovrei isolare l’impulso impresso alla moneta, l’angolo e la traiettoria del lancio. Allora applico lo schema probabilistico: considerandole ovviamente uguali, assegno pari probabilità alle due facce – 50% ciascuna.

Si formulano leggi probabilistiche, dunque, allorché ci si riferisce a più eventi associati e considerati paritetici.
E’ vero che un numero del lotto può non uscire da moltissimo tempo, ma è anche vero che ad ogni giro si ricomincia da capo – il meccanismo del sorteggio, come la roulette, non ha memoria – e, pertanto, quel numero ha le stesse probabilità di uscire di tutte le altre volte. Ora – arrivo al punto -, sarà difficile considerare Varenne uguale a Catullino (c’è stato davvero un cavallo con quel nome, a San Siro, molti anni fa, allenato e guidato da Probo Campioli) o considerare la Juventus uguale alla squadra dell’Oratorio Sant’Ildefonso (mio padre, pover’uomo, ci riusciva: me lo ricordo ancora, nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, il sabato sera, compilare la schedina lanciando il pirolino in attesa dell’1, dell’X o del 2) ed è ovvio che il gioco relativo sia frutto dell’applicazione di uno schema deterministico – pertanto frutto di studio, di memoria storica, di intelligenza creativa, ovvero di tutto ciò che meriterebbe stima sociale, non riprovazione.


Pubblicato da Felice Accame il 08/10/2017

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