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FELICE ACCAME. Alle origini della riprovazione sociale nei confronti del gioco.


Buona parte della riprovazione sociale nei confronti della scommessa ha origini contraddittorie.


Tanto è vero che lo stigma è lanciato più verso chi scommette sulle corse dei cavalli o sulle partite di calcio che non su chi compra un gratta e vinci – che di scommessa pur sempre si tratta.
Se in un Paese come il nostro questa riprovazione è molto più accentuata che altrove lo si deve alla forte e radicatissima presenza della Chiesa Cattolica che, assumendo lo scommettitore come il prototipo di chi vuole arricchirsi, vorrebbe proseguire nella sua lotta contro la disparità sociale. Lotta, peraltro, non priva di ambiguità.

Nel Vangelo di Matteo (19, 16-24) si può leggere una versione dell’incontro fra Gesù e il giovane ricco (le altre versioni in Marco, 10, 17-22, e in Luca, 18, 18-23). Quest’ultimo chiede al primo come fare per avere la vita eterna e questi gli dà tutta una serie di istruzioni, fra cui c’è anche quella di vendere quello che ha e dar tutto il ricavato ai poveri. E quando il giovane ricco se ne va perplesso, Gesù ne approfitta per bacchettare i suoi: vedete, sembra che gli abbia detto, è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio. Qualcuno sostiene che il “cammello” sia l’esito di una pessima traduzione, ma non è questo il punto. Alla conclusione, però, Gesù non dice che “gli ultimi saranno i primi” e viceversa, come è stato raccontato a me, ma – a leggere con attenzione – dice che “molti primi saranno ultimi, e molti ultimi saranno primi” (19, 29). Molti, non tutti.

Nella Prima lettera a Timoteo – ci aggiungo anche questo -, san Paolo dice che l’avarizia è “la radice di tutti i mali” (6, 10) – e l’avarizia non è certo la caratteristica principale dello scommettitore – e, invece di condannarli in quanto tali, raccomanda ai ricchi di non essere “d’animo altiero” e che “non pongano le loro speranze nell’incertitudine delle ricchezze” (6, 17) – che “facciano del bene, che sien ricchi in buone opere, pronti a distribuire, comunichevoli” (6, 18).

Chiamato a tradurre in istruzioni pratiche questa teoria, il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2413, dice allora che “I giochi d’azzardo o le scommesse non sono in sé stessi contro la giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui”.
Come se, insomma, la scommessa fosse lecita soltanto a chi può permetterselo. Ma Papa Francesco, facendo di tutte le erbe un fascio, definisce il gioco d’azzardo un “culto idolatrico” – dove all’aggettivo, evidentemente, attribuisce una connotazione negativa che dovrebbe distinguerlo da altri culti e, uno per tutti, dal suo.

Qualche teologo ha provato a riassumere il dettato evangelico in un “non cercare di arricchirti”, ma – e qui sta il paradosso - nel momento in cui la Chiesa – che di sue proprietà ne ha avute, ne ha e continua ad averne - si erge contro le disparità sociali sta lottando anche contro la rassegnazione di chi di questa disparità sta soffrendo.

Credo, però, che ci siano ragioni più profonde – e non dette, e non consapevolizzate – a spiegare un certo accanimento contro la scommessa. La scommessa è anche gioco – alle corse “si gioca” quando si scommette su qualche evento. Il filosofo tedesco Eugen Fink, in Il gioco come simbolo del mondo (Lerici, Milano 1969), sostiene la tesi che “il gioco ha evidentemente nell’economia della vita umana un significato analogo al sogno”. Ma – fa notare -, mentre nel sogno l’io sognante è solo, nel gioco veniamo a far parte di una comunità. Sorge allora spontanea l’ipotesi che il tabù investa il gioco in quanto tale, come quella parte inconscia – la parte pericolosa, tutta da temere, perché incontrollabile - della persona umana.


Pubblicato da Felice Accame il 08/10/2017

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