Feed RSS

FELICE ACCAME. Gioia di vivere e profanazione.


Nonostante le assicurazioni sulla vita – che, a quanto pare, nascono nella Gran Bretagna del 1705 allorché due società cominciano a mettere a frutto i calcoli statistici sulla mortalità della popolazione -, scrupoli morali sull’oggetto frenano la propensione alla scommessa.


Nel 1912, quando sua moglie Katia è costretta ad un lungo soggiorno in una clinica per malattie polmonari a Davos, in Svizzera, Thomas Mann comincia a scrivere quella sua famosa Montagna incantata che pubblicherà nel 1924.
Pur nel fosco bailamme della Prima Guerra Mondiale, il nucleo narrativo del romanzo è tutto incentrato sul Berghof, un tubercolosario per rappresentanti delle classi agiate, dove il giovane protagonista Hans Castorp, nel lottare per la propria sopravvivenza e nel riflettere sui destini dell’umanità, si trova anche a completare sorprendentemente il proprio processo formativo.

Parlando del Berghof, Mann annota che certi suoi ospiti “confessavano di non essere malati e tuttavia rimanevano volontariamente in Sanatorio sotto pretesto di leggeri disturbi, in realtà però soltanto perché trovavano piacevole il tenore di vita dei malati”. Fra questi, c’era il caso della vedova Hessenfeld “una signora vivace la cui passione consisteva nello scommettere”: “scommetteva con gli uomini, scommetteva su tutto e di tutto, sul tempo che sarebbe sopravvenuto, sulle pietanze che verrebbero servite, sui risultati di visite generali, e scommetteva a proposito di certi bobs, di slitte, di campioni di pattini o di sky nelle gare sportive, oppure anche del decorso di incipienti relazioni amorose fra gli ospiti e su cento altre cose, spesso di nessunissima importanza. Scommetteva cioccolata, champagne, caviale, che poi venivano consumati con grande allegria in sala da pranzo, scommetteva soldi, biglietti di cinematografo e anche baci da darsi o da ricevere”.
Ma, se da un lato questa vedova “portava molta vita e molto eccitamento in sala da pranzo” – l’ebbrezza della scommessa -, dall’altro lato – quello per esempio del giovane Castorp – quel “suo gran da fare non sembrava troppo serio” e “anzi la sua sola presenza in quel luogo di dolore gli pareva una profanazione” (cfr. T. Mann, La montagna incantata, Dall’Oglio, Milano 1930, pag. 337).

Temo che ci sia un che di superstizione che vivacchia sotto la maschera della morale – cultura esoterica non confessata che persiste. Il perbenismo borghese, d’altronde, ammette – anzi, incentiva – la scommessa sulla morte, ma stando bene attenta, ipocritamente, alle facciate; sacralizzando o laicizzando certi luoghi, ratifica o esclude: l’ufficio dell’assicuratore - o la banca, qualora si giochi in Borsa -, sì, l’ospedale no.


Pubblicato da Felice Accame il 29/10/2017

Tags:  tobetornottobet 










Contatti
Contatti