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FELICE ACCAME. La moralità del totalizzatore.


Figlio di Paolo e nipote di Giovanni – il fortunato autore di “Ricordi di scuola” -, continuando i mestieri di famiglia, Simone Mosca fa il giornalista e scrive spesso dei bei ricordi di cose perdute sulle pagine di “Repubblica”.


Qualche mese fa, la sua memoria affettuosa è andata alla pelota basca e a come venisse praticata – e seguita da un buon pubblico – a Milano.
Anticamente – roba dei primi del Novecento - si giocava al Diana di via Padova, ma, dal 1946, prese a funzionare lo sferisterio di via Palermo. Le prime allusioni in casa le colsi in relazione a certe uscite serali di mio fratello – tredici anni più di me – che attese non poco – presumibilmente a causa della proibizione dei mei genitori – a portarmici.
Ma come ci sono arrivato non me ne sarei andato mai più. Il gioco era entusiasmante, l’abilità dei giocatori – che, come stelle del varietà, venivano ingaggiati per una stagione (decidendo, a volte, di fermarsi) – davvero mostruosa.

Se non vado errato, si giocava più di dieci partite a sera, coppie contro coppie e, al martedì – per un certo periodo – era riservato lo spettacolo più appassionante, il “Partitone”, una coppia contro l’altra, sempre in campo, sulla lunghissima “distanza” dei venti punti.
L’unica cosa che mi rovinò un po’ lo spettacolo fu una decisione, invero doverosa: l’obbligo del casco per i pelotari, dagli anni Sessanta, che nel tentativo di salvaguardarne l’integrità stante peso e velocità della palla giocata, li rendeva meno riconoscibili al pubblico.

Le ultime partite si giocarono nel luglio del 1997, lasciando l’ennesima struttura storica della città di Milano in cerca di capitali privati che, speculandoci alla meno peggio, le evitassero l’ineludibile degrado.
Ricordare, però, questo sport nobilissimo all’insegna delle “scommesse perdute” (come titola “Repubblica”) non mi sta bene. Come non mi sta bene ricordare le partite come risultati di “combine” (come si dice nell’articolo). Perché – anche qui, ancora una volta -, nel voler stigmatizzare a tutti i costi – anche al costo di offendere il buon senso – la scommessa, non si pone un’opportuna e decisiva distinzione. Funzionando soltanto un totalizzatore, infatti, nessuno poteva né diventare ricco né impoverirsi un granché.
Non c’erano book-makers né la possibilità di “quota fissa” e, pertanto, bastava appena alzare di un po’ la posta che la quota eventualmente vinta sarebbe precipitata. Lo scommettitore presente, insomma, era del tutto padrone del proprio destino: non essendoci “riversamenti” dall’esterno il gioco era tutto lì – in ogni momento lo scommettitore poteva controllare la quotazione attuale e fare i suoi calcoli su quanto avrebbe influito una posta in più.

Diciamo che la scommessa prevedeva un esercizio di intelligenza ulteriore rispetto a quello della scelta dell’eventuale coppia di vincitori e diciamo pure che di quel rapporto tra chi gioca e chi lo fa giocare andrebbe sottolineato un aspetto non trascurabile – oggi quasi del tutto dimenticato: la moralità del totalizzatore.


Pubblicato da Felice Accame il 26/11/2017

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