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FELICE ACCAME. Valore morale e valore materiale.


La durata di una scommessa ne può capovolgere il senso fino al punto di farle perdere qualsiasi senso per chi ha scommesso.


Intorno al 1890, Anton Cechov scrisse "Una scommessa", un racconto dalle tinte cupe e paradossale quel tanto che basta per indurci a sondare le profondità dell’animo umano. Vi si narra di una cena fra persone “intelligenti” e “dabbene” in cui un vecchio banchiere ricchissimo ed un giovane avvocato giungono ad un’animata discussione intorno a pena di morte ed ergastolo.
Quando il secondo fa la sciocchezza di dire che “la pena di morte e la reclusione a vita sono ugualmente immorali” e che, se gli si offrisse la scelta, lui sceglierebbe comunque la seconda perché “vivere in qualche maniera è meglio che non vivere affatto”, il primo gli salta addosso gridando “è falso! Scommetto due milioni che voi non resisterete in una casamatta neppure cinque anni”.

Detto e fatto. Scommessa accettata al volo e trasformazione immediata di un padiglione della magione del banchiere in carcere duro. Il contratto prevedeva nessun rapporto con il mondo – cibo e bevande, tabacco e libri forniti attraverso una finestrella – con obbligo al legale di stare segregato “esattamente” quindici anni – dalle ore dodici del 14 novembre del 1870 alle dodici del 14 novembre del 1885. E i quindici anni passano davvero.
Con l’evoluzione di due stati, però: cambia lo stato patrimoniale del banchiere – va verso la rovina e gli rimangono giusti giusti quei due milioni scommessi – e cambiano le idee del segregato. Siamo all’ultima sera e il disperato banchiere decide di ammazzare il suo prigioniero prima che possa riscuotere, entra di soppiatto nella casamatta e lo trova addormentato. Sul tavolo c’è una lettera a lui indirizzata. Comincia così: “Domani alle dodici riceverò la libertà e il diritto di comunicare con gli uomini. Ma prima di lasciare questa camera e di rivedere il sole, stimo necessario dirvi alcune parole”.

Segue la disperata cronaca di un laborioso processo di consapevolezza. Durante la prigionia ha letto di tutto e riflettuto su tutto: “i vostri libri mi hanno dato la saggezza. Tutto ciò che nei secoli ha creato l’infaticabile pensiero umano è stato compresso nel mio cranio e ridotto a una piccola palla. Io so di essere più intelligente di voi tutti. E disprezzo i vostri libri, disprezzo tutti i beni del mondo e la saggezza. Tutto è nullo, caduco, illusorio e ingannevole…” e via scetticheggiando.

Conclusione: “Per mostravi con i fatti il mio disprezzo per ciò di cui vivete voi, rinunzio ai due milioni che un tempo sognai come un paradiso e che ora disprezzo. Per privarmi del diritto di averli, uscirò di qui cinque ore prima del termine convenuto e in tal modo violerò il contratto”. Il banchiere legge, bacia il capo del dormiente e piange. Di gioia? Di commozione? Di rabbia? Mai aveva sentito tanto disprezzo per se stesso, ma, la mattina dopo, viene svegliato dal guardiano della prigione che gli dice della fuga del prigioniero; vanno a controllare, arraffa la lettera che è ancora sul tavolo, se la mette in tasca, torna in camera sua, apre la cassaforte e ce la chiude dentro.
Un banchiere rimane banchiere, sembra dirci Cechov, anche quando ha capito tutta la vanità della propria esistenza.
Il tempo. Un’attesa eccessiva. La durata abnorme della scommessa può far sì che il premio “interiore” – morale, spirituale – diventi più che sufficiente e che, pertanto, chi vinca non passi neppure a riscuotere la vincita.


Pubblicato da Felice Accame il 03/12/2017

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