Feed RSS

FELICE ACCAME. Pietà per chi cade.


Chi ha frequentato un ippodromo o anche una sala-corse (più che uno stadio di calcio dove la divisione dei posti impone certe gerarchie) sa come il luogo stesso – per la concentrazione di persone animate da un medesimo interesse – favorisca quello che un tempo si sarebbe chiamato l’”interclassismo”, ovvero la relazione aperta e paritaria fra persone di classe sociale diversa.

In Asylums, un’opera fortemente critica nei confronti delle istituzione psichiatriche pubblicata nel 1961, il sociologo Ervin Goffman racconta che, nel tran-tran ammorbante della vita ospedaliera, poteva accadere che sorveglianti e lungodegenti, in “un clima di uguaglianza”, “consultassero in gruppo la schedina delle corse, prendendosi in giro e scherzando sulle scommesse fatte o che si stavano per fare”.
Senza volerlo, qui, Goffman credo che colga un aspetto essenziale del comportamento dello scommettitore: a proposito delle scommesse che “si stavano per fare”.
Tipica narrativa da scommettitori, infatti, è quella che riguarda le cause della scommessa persa – di quella non fatta nonostante la convinzione di doverla fare o di quella fatta diversamente da come si avrebbe voluto fare: “stavo per giocare, quando…”, “pensa, sono venuto qui apposta per giocare il Tale, ma poi…”.

Non c’è solo l’esposizione del proprio rammarico in ciò - e neppure soltanto il bisogno di una conferma altrui sul nostro credito con la “fortuna”.
In questa forte cogenza alla narrazione, credo ci sia, soprattutto, una inconscia richiesta di commiserazione.
Un conforto di cui tutti – ricchi e poveri, altolocati e subordinati della gerarchia sociale – sentiamo l’imprescindibile necessità: la circostanza della scommessa persa, allora, è l’occasione d’oro (d’oro si fa per dire) per ottenerlo.


Pubblicato da Felice Accame il 02/01/2018

Tags:  tobetornottobet 










Contatti
Contatti