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FELICE ACCAME. Scommettere è un gioco?


Dalla mia amica Margherita Marcheselli ricevo la seguente lettera intitolata ad una domanda: scommettere è un gioco?


La lettura del blog curato da Felice Accame da una parte ha messo in crisi alcune mie convinzioni e ha spazzato via certi ingombranti pregiudizi e dall'altra mi ha spinto ad alcune riflessioni critiche. Accame attribuisce valore positivo allo scommettere, lo ripulisce dalle demonizzazioni moralistiche o medicalistiche e lo riporta a una dignità alta in quanto gioco, innanzitutto, ma fa di più, lo avvicina al metodo e all'atteggiamento scientifico, l'assunzione del quale permette di prevedere quanto accadrà grazie all'attenta analisi di quanto è accaduto.
La sua distinzione tra atteggiamento deterministico e probabilistico nello scommettere è molto efficace e ritengo sia uno strumento estremamente utile per qualunque cultore di scommesse e previsioni. Io non amo scommettere, non è un atteggiamento che mi appartiene, ma mentre leggevo i suoi post i miei pregiudizi sul mondo delle scommesse cadevano uno dopo l'altro. Restava tuttavia qualcosa che non finiva di convincermi. E credo di averlo messo a fuoco, a un certo punto. Cerco di non prenderla troppo alla lontana. Il Gioco è stato trattato da molte di quelle discipline che vengono chiamate “scienze umane” e se ne capisce molto bene la ragione. E' di certo un atteggiamento fondamentale dell'umanità, fondamentale nello sviluppo dell'individuo (nei processi di apprendimento e di evoluzione sociale e cognitiva), dei gruppi e delle società. Sulla Garzantina di Psicologia a cura di Umberto Galimberti leggiamo questa definizione di Gioco: “Attività realizzata per se stessa in quanto ha il proprio aspetto gratificante in sé e non nel fine che raggiunge o nel risultato che produce. Come invece accade nell'attività lavorativa”.

Riprendo brevemente la distinzione tra gioco e lavoro di Silvio Ceccato, già citata da Accame in uno dei suoi post: “Se stringiamo un piccolo quadrato di cartone o di plastica tra pollice e indice in modo che possa ruotare facendo perno su due dei vertici opposti e lo faccio girare, posso considerare quanto sto facendo come lavoro o come gioco. Una differenza appare subito: nel lavoro il risultato si stacca dall'operare e ad esso si aggiunge, nel gioco esso entra a farvi parte, ne viene incorporato” (da La mente vista da un cibernetico, a cura di Francesco Ranci, Mimesis 2017).

Definizioni puntuali e convincenti, direi. E allora ecco il punto: se una attività viene effettuata per vincere dei soldi, come avviene per le scommesse (deterministiche o probabilistiche che siano), può essere considerata gioco?
Il fatto di scommettere per vincere dei soldi mi pare che tolga quell'aspetto fondamentale evidenziato in entrambe queste definizioni del gioco.
Il gioco dello scommettere non è più “gratificante in sé”, ma ha uno scopo diverso, il denaro.

Se riprendiamo anche la distinzione di Ceccato, il risultato dell'operare, non diventa più la previsione azzeccata, quella sì viene incorporata come attività propria da chi la compie che ne può provare soddisfazione, ma quel risultato viene tradotto in denaro e a quel punto resta fuori, diventa un risultato “altro” da chi lo ha ottenuto. Il piacere dell'aver utilizzato la propria cultura (generale e specifica), la propria intelligenza, dell'aver isolato e messo in relazione gli elementi giusti dal caos apparente delle possibilità, ed essere arrivati a capire quale sarebbe stato il cavallo vincente o piazzato o la squadra vincente si trasferisce sul denaro vinto. E non è detto che debba essere per forza denaro, può essere una qualsiasi altra cosa, ma, appunto, sarà un'altra cosa, non più il risultato della propria attività. E' questo il mio dubbio. Senza demonizzare le scommesse, e nemmeno il denaro. Forse scommettere non è un gioco. E' un'altra cosa. Ed esserne consapevoli può essere utile”.

Nel ringraziarla di tanta attenzione, tuttavia non posso esimermi da alcune puntualizzazioni. La prima concerne proprio il punto cruciale della contestazione. Io non ho detto che “la scommessa è un gioco”.
Quando risalgo “Alle origini della riprovazione sociale nei confronti del gioco”, dico testualmente che “la scommessa è anche gioco”, dove la copula, onde evitare sospetti di ontologizzazione, andrebbe meglio tradotta in “può essere considerata” e l’”anche” prelude almeno a due alternative – anche a quella fra “gioco” e “lavoro” (come il calcio o altro sport professionistico può esser considerato, a seconda dei casi – per esempio dal calciatore -, sia come gioco che come lavoro).
Il gioco sta nel predire – nel tentare di indovinare il risultato.

Il premio materiale –il denaro della vincita – può esserci e può non esserci e ciò in virtù del fatto che la categorizzazione di qualcosa come “gioco” è sempre frutto di operare mentale e, dunque, il “gioco” non può mai essere identificato con qualcosa di fisico. Poi, va anche precisato che io non attribuisco valore positivo allo scommettere – come giustamente fa peraltro notare la Marcheselli - diciamo che gli scrollo di dosso i valori negativi che sono spesso investiti nei suoi confronti. Intelligentemente, la Marcheselli associa questa attività al metodo scientifico, ma – anche qui – non direi mai che il metodo scientifico “permette di prevedere quanto accadrà” perché, credo, sia esperienza piuttosto diffusa quella di aver dovuto constatare che certe previsioni, pur fatte con tutti i crismi, non si sono verificate affatto.

Diciamo meglio, allora, che scommessa e metodo scientifico hanno in comune il tentativo di prevedere un evento futuro cercando di mantenere sotto controllo il maggior numero delle variabili note – che, poi, in alcuni casi queste vadano per i fatti loro o che ne saltino fuori alcune impreviste, ahinoi, credo sia nell’ordine delle cose. Che la definizione di gioco fornita dalla Garzantina di Psicologia a cura di Umberto Galimberti sia “puntuale” e “convincente”, però, non direi proprio, perché, ivi, né si considera l’attività di cui si parla come “mentale”, né se ne specifica l’articolazione – senza contare che il “per se stessa” e “l’in sé” eliminano uno scopo che, come ben sa chiunque giochi a checchessia, orienta e determina il comportamento di chi gioca.

In conclusione: la scommessa può essere considerata un ibrido fra gioco e lavoro. Fermo restando che in taluni casi – come nel caso del bookmaker - la decisione è già presa in partenza, tocca a noi fare in modo che prevalga l’uno o l’altro.


Pubblicato da Felice Accame il 14/01/2018

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