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FELICE ACCAME. La scommessa più e meno sportiva


Nel dicembre scorso, fu approvato dal governo del nostro Paese un emendamento della cosiddetta legge “Finanziaria” da cui avrebbe potuto – e dovuto – prendere l’avvio una riforma delle scommesse.


Sono anche pronto ad ammettere che qualcosa possa migliorare in seguito a tutto ciò, ma, al momento, mi sento del tutto autorizzato a dubitarne. Infatti, alla base c’è già una contraddizione.

A quanto pare accertato “il prelievo sull’ippica rimane più che doppio rispetto a quello delle scommesse sportive” (come si legge in un articolo di Marco Trentini, pubblicato da “Trotto & Turf” del 21 dicembre 2017).
Fermo restando che lo Stato è quel soggetto che può compiere ogni iniquità ed ogni nefandezza nell’assoluta certezza della propria immunità e volendo risalire alla genealogia di questa assurdità giuridica, c’è da interrogarsi sia sulla natura di ciò di cui si sta parlando che sul perché della discriminazione.

Se la scommessa è “sportiva” non è perché lo scommettere venga fatto rientrare nell’”insieme delle gare e degli esercizi compiuti individualmente o in gruppo come manifestazione agonistica o per svago o per sviluppare l’agilità del corpo” (come recita la base definitoria di “sport” nel Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortellazzo e Zolli – una definizione che, già nella seconda metà dell’Ottocento venne estesa ai “piaceri della caccia, delle corse dei cavalli, ecc.”), ma perché si riferisce ad attività categorizzate come “sportive” – per esempio, al calcio, al ciclismo, all’automobilismo, al tennis e, perché no, alle corse dei cavalli.

Ma il legislatore discrimina: qualche attività è più “sport” di altre, qualche attività riceve categorizzazioni positive e altre attività ricevono categorizzazioni negative. Da una parte il calcio – ne scelgo una ad esempio -, dall’altra l’ippica – una distinzione che, non potendosi basare sulle definizioni esplicite, surrettiziamente, implica un giudizio morale.
Da una parte il calcio – ne scelgo una ad esempio di un ambito in cui, in questi anni, vergognosi casi di corruzione sono venuti alla luce – e dall’altra l’ippica – su cui aleggia da tempo la nuvola fantozziana del malaffare.

Che la scommessa ippica – a differenza della scommessa calcistica – comporti il sostentamento delle persone che nell’ippica lavorano, che giovi all’allevamento ed all’agricoltura, allo Stato, evidentemente, non risulta. L’ignoranza dello Stato va a scapito di un settore produttivo e a vantaggio di un settore improduttivo. Con ciò non voglio affatto sostenere che l’ippica, a differenza del calcio e di altri ambiti sportivi, sia “sana” – corruzione, doping, mancati controlli, omertà, etc. caratterizzano anche l’ippica, ma – è questo che voglio sostenere – non è che gli altri ambiti cui si riferiscono le scommesse dette “sportive” siano caratterizzati dalla più limpida virtù.

Basterebbe che il legislatore leggesse i giornali.
Insomma, vedo vari argomenti a sostegno del fatto che la scommessa “sportiva” venga tassata il doppio di quella ippica, vedo qualche argomento a sostegno del fatto che tutte le scommesse – se proprio devono essere tassate (cosa tutta discutere) – vengano tassate nella medesima proporzione e, soprattutto, non vedo neppure uno straccio di argomento a sostegno del fatto che la scommessa ippica venga tassata il doppio di quella che – e diciamolo, con proterva ipocrisia nel momento in cui viene utile per discriminare – viene chiamata “sportiva”.


Pubblicato da Felice Accame il 04/02/2018

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