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FELICE ACCAME. Uova alla babilonese.


In maggiore o minor misura, ogni scommessa si basa sull’applicazione della nota coppia di categorie mentali costituite dalla causa e dall’effetto.


Il Tale è più abile - più forte, più veloce, più resistente, etc. - del Tal’Altro (causa) e, come tale, lo metterà al tappeto (effetto).

Nel Saggiatore, Galileo Galilei polemizza con chi, in fatto di verità scientifiche, si affida più alle testimonianze altrui che all’esperienza propria. Quando se la prende con Lotario Sarsi (nome fittizio per il gesuita Orazio Grassi) dice che “se il discorrere circa un problema difficile fusse come il portar pesi, dove molti cavalli porteranno più sacca di grano che un caval solo, io acconsentirei che i molti discorsi facesser più che un solo; ma il discorrere è come il correre, e non come il portare, ed un caval barbero solo correrà più che cento frisoni”.

Qual era il problema? Il Sarsi aveva dato credito al “Suida”, che era un dizionario enciclopedico bizantino, dove si affermava che i Babilonesi cuocevano le uova facendole mulinare velocemente in una fionda. Galileo, però, gli opponeva questa argomentazione: “se a noi non succede un effetto che ad altri altra volta è riuscito, è necessario che noi nel nostro operare manchiamo di quello che fu causa della riuscita d’esso effetto, e che non mancando a noi altro che una cosa sola, questa sola cosa sia la vera causa: ora, a noi non mancano uova, né fionde, né uomini robusti che le girino, e pur non si cuocono, anzi, se fusser calde, si raffreddano più presto; e perché non ci manca altro che l’esser di Babilonia, adunque l’esser Babiloni è causa dell’indurirsi l’uova, e non l’attrizion dell’aria”.

Apparentemente ineccepibile, questa argomentazione di Galileo lascia a desiderare per almeno un paio di questioni. Come Galileo sa benissimo, infatti, il movimento produce davvero aumento di temperatura a causa dell’attrito, ma è altresì ovvio che per cuocere le uova ci vuol altro che le fionde dei babilonesi.
E, in secondo luogo, neppure un Galileo può dirsi certo che a mancargli è “una cosa sola”. Come ci ha sorpreso in tante circostanze – contraddicendo le nostre “leggi” -, la natura può riservarci altre sorprese.
Non possiamo mai sapere quante e quali cose ci manchino.
Chi, per esempio, anziché usare il metodo babilonese, volesse scaldarsi un uovo sodo nel fornetto a microonde non dico che rischia la vita ma quasi – e ciò non poteva far parte delle cognizioni di Galileo. Essendo una categoria mentale, la “causa”, insomma, può essere applicata soltanto in rapporto a criteri. Il colpo della stecca è causa del movimento della palla da bigliardo, ma “causa” è anche chi muove la stecca, o quel che ha mangiato e bevuto chi muove la stecca. Volendo si può andare sempre più indietro, ma, a secondo degli scopi dell’analisi, in genere so dove fermarmi. Correttezza metodologica, allora, vuole che in ogni scommessa debba esserci un margine di incertezza – come in ogni indagine in quella Natura che tanta curiosità suscitava in Galileo.

P.S.: Il fatto che, dai cavalli Frisoni, siano derivati i cavalli di Frisia, ovvero quegli arnesi variamente puntuti che, dalle guerre medioevali alla seconda guerra mondiale, vengono disseminati sul percorso dei nemici, la dice lunga sulla velocità di questi cavalli. Originari dei Paesi Bassi, robustissimi, sono sempre stati considerati cavalli da tiro e da lavoro. Il cavallo “barbero”, nordafricano, allevato dai “berberi”, è stato invece utilizzato per le corse.


Pubblicato da Felice Accame il 04/03/2018

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