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FELICE ACCAME. La società dal colpo fortunato.


“Gratta e Vinci”, estrazioni di numeri al Lotto tutti i giorni e più volte al giorno.


Ed ancora slot machines, virtualità varie e altri marchingegni veloci e non necessitanti né di pensiero né di abilità alcuna da parte dell’utente rispondono ad un’esigenza ben più ampia di quella che, in qualche misura, può essere ricondotta alla consapevolezza individuale.

Ho l’impressione, infatti, che costituiscano il sintomo di una tendenza più generale che, già ben presente nella società italiana, spinge a più non posso il pedale del consumismo americanizzante. Come se, nella testa di noi, avesse preso il sopravvento l’atteggiamento probabilistico-casualistico a tutto danno dell’atteggiamento deterministico.

Questi lunghissimi anni di crisi economica – molto più lunghi di quanto ci racconta la maggior parte di coloro che ambiscono a rappresentarci politicamente – ci hanno quasi costretti ad una frettolosa ricerca del “colpo fortunato” (al “Lucky strike” che, non a caso, è il nome di una sigaretta americana) – a scommesse senza calcolo il cui senso sfugge nell’attimo.
Questo, allora, a mio avviso, è il risultato di un processo di lungo periodo. Ha a che fare con la crisi della coscienza sociale oltre che con la crisi economica, con la rassegnazione al malgoverno ed alla corruzione che hanno portato all’abbandono di ogni partecipazione politica perché è sempre più diffusa la convinzione di non contare alcunché.

E tutto ciò, infine, ha a che fare con il credito perenne in cui ci sentiamo con il sistema democratico. Se la diagnosi è corretta, ahimè, stiamo per consegnarci – mani e piedi, figli e nipoti – al “medioevo prossimo venturo” (per citare il profetico titolo di un libro di Roberto Vacca, pubblicato nel 1971).

Che la tendenza suddetta fosse già presente in alcuni ambiti della società italiana è facilmente desumibile da un noto episodio del nostro cosiddetto “risorgimento”. Come racconta Denis Mack Smith (in “Garibaldi”, Lerici, Milano 1959), Garibaldi entra a Napoli il 7 settembre del 1860 e, come prima cosa, deve cercare di superare la diffidenza dei napoletani cui, dell’”Unità d’Italia”, importava pochino.
Per sua fortuna, come arriva, si liquefa subito il sangue di san Gennaro; la seconda sera si fa vedere al teatro San Carlo e grida “Viva Vittorio Emanuele” dal palco; cerca di non inimicarsi i preti e via così paciosamente e ottimisticamente. “La breve dittatura di Garibaldi”, dice Mack Smith, “fu una completa novità per Napoli: una parentesi coloratissima e quasi di sogno della sua storia”. Propose riforme sociali, volle liberalizzare l’educazione, pensò di aumentare i posti di lavoro dando il via a costruzioni ferroviarie e, per conferire un’impronta di grande moralità al suo governo, pensò di abolire il gioco d’azzardo – lotto compreso, ovviamente.
Gli fecero subito capire che la cosa non andava fatta. Per farla breve: due mesi dopo, il 9 novembre, Garibaldi se ne torna a Caprera.


Pubblicato da Felice Accame il 19/03/2018

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