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FELICE ACCAME. L'additivo dell'incertezza


Tranne la domenica e quelle che un tempo venivano dette “feste comandate”, lo vedevo tutte le mattine e tutte le mattine lo vedevo correre.


Schizzava fuori dal portone e circumnavigava la piazza fino al secondo angolo – e lì spariva. Mi bastò allargare di poco lo sguardo e far mente locale a cosa stava dietro quell’angolo per capire: stava correndo contro l’autobus, per non perderlo.

Si acquattava tutte le mattine dentro il portone e aspettava che l’autobus facesse la sua apparizione in piazza – poi, via di corsa per agguantarlo alla fermata. Avrebbe potuto arrivarci lemme lemme alla fermata, con tutta la calma del mondo, ma, evidentemente, preferiva correre il rischio di perderlo.
Potrei ricordarlo come uno dei tanti comportamenti umani che non si spiegherebbero se non in termini di scommessa – una scommessa con se stessi, senza bisogno né di grandi premi, né di banco, né di avversari in carne e ossa consapevolmente impegnati a fare gli avversari. Sull’autostrada, quello che accelera perché si mette in gara con quell’altro – vediamo chi arriva prima al cartello dell’Autogrill; per la strada, in un marciapiedi brulicante di pedoni; in cucina, ai fornelli – vediamo se l’acqua della pasta bolle prima che suoni la vaporiera; a scuola – scommetto che il primo a consegnare è il Tale, favorito a mezzo contro uno; forse fin all’ospedale – dieci a uno, la discesa dei trigliceridi – e, già che ci siamo, anche al funerale – non supereremo la ventina, giocherei sui diciotto presenti.

Voglio dire che, come Ervin Goffman studiava la “vita quotidiana come rappresentazione” (è il titolo della versione italiana di un suo libro, pubblicata nel 1969) applicando spesso il modello del teatro – come se tutti, per l’appunto, recitassimo copioni in linea con i ruoli sociali che, volenti o nolenti, abbiamo assunto -, così, ai fini di una miglior comprensione del comportamento altrui, potrebbe risultare utile applicare il modello della scommessa.

I titoli di una serie di romanzi che non leggerei neppure con una pistola alla tempia – i romanzi di Emma Hart, autrice della serie The Game -, per esempio, dichiarano apertamente un’impostazione del genere: "Scommettiamo che ti faccio innamorare?" o "Una scommessa per sempre" o, ancora, "Il mio rischio più grande".
Sotto sotto – e neppur tanto sotto sotto -, c’è l’esigenza di arricchire il palinsesto della quotidianità con i margini dell’incertezza impliciti nel mettersi alla prova combattendo contro il caso eletto a oscuro nemico. C’è il bisogno cogente di alternative alla monotonia e anche l’asservimento ad una società che idolatra la competizione a qualsiasi costo – anche al costo di quella porzione di cinismo che, di punto in bianco, ci fa considerare gli altri come pedine di una scacchiera.

Cosa cantava De Andrè, nel 1978? “Ma voi che siete a Rimini/tra i gelati e le bandiere/non fate più scommesse/sulla figlia del droghiere”.


Pubblicato da Felice Accame il 23/04/2018

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