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FELICE ACCAME. L'incorregibile


Nella mia lunga vita di milanese d’importazione, di “damatrà” ne ho incontrati parecchi anche se ci ho messo un po’ a riconoscerli – e a capirli.


Il “damatrà” era quello che anteponeva a qualsiasi discorsi un “dai retta a me” – quello che, parlando dall’alto di un’opinione che rasentava la certezza, diventava ipso facto l’autorità in ogni conversazione e in ogni combriccola. Non so se avesse tutte le virtù che psicologi e sociologi attribuiscono ad un buon leader carismatico, ma, di certo, so che rischiava di più di chi stava zitto e schiscio.

In Strani fatti in via Ballocca (La Vita Felice, Milano 2010), il raffinato cronista di quotidianità Gaetano Neri mette assieme un dovizioso raccolto di umanità tutta attenta a compensare il riflesso antalgico della propria esistenza. Tra il tanto d’altro, allora, racconta la tragica vicenda del farmacista cui era venuta “la mania di prevedere per ciascuno il tempo di vita che gli restava”, spesso cogliendo nel segno. Indottrinando il commesso – quasi invitandolo ad una scommessa che mai e poi mai avrebbe pensato di poter perdere -, si piazzava sulla soglia del negozio, osservava i passanti e salutava i clienti: a questa pronosticava un anno di vita, a quell’altra la prossima vedovanza e via così seppellendo a destra e a sinistra.

Ritenendosi inscalfibile nella propria torre d’avorio, detestava l’umanità ignorante e, con la rigorosa geometricità di un sistema ipotetico-deduttivo – compiacendosi di sé stesso -, la spingeva nel baratro. Una sera, il farmacista di via Ballocca dopo aver raccomandato al commesso di star lontano dagli aperitivi (“damatrà”, mi pare di sentirlo) se avesse voluto campare a lungo, ha avuto una visita rapida e inaspettata. Mentre si stava preparando, sul retro, il commesso ha sentito una voce trafelata che chiedeva soldi seguita subito dopo da due spari. E’ corso di là e ha fatto appena in tempo a raccogliere le ultime parole del suo datore di lavoro – che, pur nella fatidicità dell’ora e nella maestosità della circostanza, non aveva perso la sua passione per la diagnosi e per la prognosi della vita altrui: “Un drogato. Tempo due giorni”.


Pubblicato da Felice Accame il 30/04/2018

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