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FELICE ACCAME. Prolegomeni ippici all'educazione sentimentale


Erano due fratelli – siamo ai tempi in cui, nell’inverno di San Siro, ci si riuniva attorno ai bracieri, nel parterre.


Uno vedeva le corse in tribuna, in un posto che sarebbe stato mio fino a quando, di spopolazione in spopolazione, sospinto nel vuoto progressivo delle gradinate, non approdai obtorto collo al recinto del peso o, meglio, della tribuna principale – troppo prossima al traguardo e, pertanto, troppo penalizzante per me, che amavo godermi il più possibile la retta d’arrivo.

L’altro, se le vedeva, le corse le vedeva dalla scala o, meglio, da qualche gradino situato a metà strada tra il parterre e la tribuna. Mai visti vedere una corsa assieme, i due fratelli. Mai sentito che, prima della corsa, l’uno sapesse cosa avesse giocato l’altro – muti come tombe l’uno all’altro, ad evitare storte e crisi familiari successive.
Credo fosse stato mio fratello Vincenzo che, portandosi dietro il fratellino-bambino e volendo usufruire della propria libertà almeno fino alla fine delle corse, mi avesse affidato – così alla buona, come dargli un occhio ogni tanto – al signor Giorgio. E così, anche quando alle corse continuai ad andare anche senza mio fratello, mi rimase l’abitudine delle lunghe analisi e delle corse viste in gruppetto, a mezza altezza, a duecento metri buoni dal palo – all’epoca in cui o l’eventuale fotografia riusciva o valeva il verdetto del giudice d’arrivo.

Di questo signor Giorgio ricordo la tenace opposizione ai “favoriti” – contro i quali una buona serie di motivi c’era sempre, come se il favorito rappresentasse sempre e comunque il potente per chi potente non è -, le Giubek che fumava (la mia prima sigaretta, fumata nella solitudine della curva, era una Giubek) e il binocolo che portava al collo – non perché fosse un binocolo particolare, ma perché, seguendo le concitate fasi della partenza se, per caso, il suo cavallo veniva a trovarsi in testa, abbassandolo con ostentazione diceva a voce alta: “Giù i binocoli!”.

Di cavalli, comunque, ne masticava. Scommetteva secondo le sue modestissime possibilità, vinceva di rado e, pertanto, di rado si toglieva la soddisfazione delle plateali dimostrazioni “a posteriori” con cui investiva i tapini che non avevano avuto fede nel suo pronostico – che, peraltro, nove volte su dieci si era ben guardato dal diffondere -, ma, nonostante certe stizzosità, credo che mi abbia insegnato parecchio – non solo sui cavalli.
Fin nei modi, fin negli abiti e nelle forme della relazione umana, Nello non poteva essere più diverso. Grigio e logoro – a partire dal codice biologico per arrivare al codice vestimentario – non si distingueva quasi in nulla dal tipico “barbone” milanese di quegli anni. Ricordo Nello che tira fumo da un muccio di sigaretta, ma da una sigaretta intera mai. Non discettava prima delle corse, non esternava mai le sue rare gioie – al massimo qualche accenno di rabbia più e meno silenziosa contro se stesso -, non si dedicava quasi mai all’analisi delle prestazioni precedenti riassunte sul giornale; la sua scommessa era il risultato di un rovello interiore vissuto e sofferto nell’acquattamento degli anfratti più oscuri dell’ippodromo.

C’era molto di un capitano Achab particolarmente disastrato e in credito con la buona sorte nella ricerca di un vincente da parte di Nello – un capitano Achab ancora più iroso, ancora più misantropo. Superate le prime paure, me ne rimase la soggezione, ma non impiegai molto tempo a capire che in quegli occhi antichi, celati dalle folte sopracciglia, magari non c’era alcuna volontà didattica – quella che, invece, abbondava nel fratello -, ma, in compenso, c’era autentica tenerezza per il bambino che ero. Neppure uscivano insieme, i due fratelli, da San Siro - poteva anche darsi che uno dei due avesse preso all’ultima e, dunque, si attardasse alle casse -, ma si aspettavano l’un l’altro al capolinea del tram.


Pubblicato da Felice Accame il 06/05/2018

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