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FELICE ACCAME. Orgoglio e giudizio


Il 28 e il 29 settembre del 1891 – come racconta nelle sue Note azzurre (Adelphi, Milano 1964, nota n. 5421, pag. 801) - lo scrittore Carlo Dossi va a Montecarlo e lo trova “luogo incantevole per le cure che vi hanno posto gli uomini”: tutto giardino, “museo pratico e vivente di botanica”.

Ovviamente, va al Casino – che, sull’onda della metafora vegetale, ritiene “un’insalata di tutti gli stili, brutta se si vuole ma utile per la storia dell’arte e simbolo del secolo eclettico” – dove gioca e perde “qualche napoleone”.
Non è un giocatore, ma da persona riflessiva qual è, Dossi ci orienta in quella che potremmo definire come la “psicologia del giocatore”: “Nulla sentii, né dispiacere per la perdita né smania di rivincita”.
Nella perdita di una scommessa, allora, è in gioco l’orgoglio.

Mi vengono in mente quei pesci maschi che, nel branco, lottano per la supremazia con altri maschi e che, perdendo lo scontro, cambiano gradualmente di livrea, trasformandosi i loro colori sgargianti in altri più spenti. E’ qui, forse, che sta il pericolo maggiore per lo scommettitore seriale – rimanere avvolto nella spirale della riparazione di un torto subito cui riparare ad ogni costo, un torto cui ne segue un altro e così via in spasmodica attesa di una riparazione generale e finale. Già nella letteratura del Duecento, d’altronde, con “orgoglio” si intendeva un’eccessiva valutazione dei propri meriti, una fierezza che, se contraddetta, può portare al disastro – disistima di sé e rancore verso il resto del mondo.
La “rivincita” è parola notoriamente beffarda: d’accordo che dà una seconda opportunità, ma occorrerebbe ricordarsi che può rivelarsi in “riperdita”. Dossi non la chiamava ancora “roulette”. In tempi in cui l’uso della lingua patria era motivo d’orgoglio, la chiamava “rollina”.


Pubblicato da Felice Accame il 03/06/2018

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