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FELICE ACCAME. Dostoevskijana. Ordine e disordine


Quando Fèdor Dostoevskij scrisse "Il giocatore", nel 1866, a quanto sembra, lo scrisse per pagare alcuni debiti di gioco e il gioco in questione – nella vita e nel romanzo – è la roulette.


E’ attorno a questi tavoli, allora, che all’autore capita di raccogliere le informazioni più preziose sulla psicologia del giocatore.
In una prima vicenda di gioco – la vicenda tipica di ogni narrazione, quella in cui il giocatore comincia con l’accumulare un gruzzolo più che discreto, non sa accontentarsene e, in quattro e quattrotto, perde tutto -, il protagonista osserva che “dopo i dodici numeri medi vengano i dodici ultimi”, “due volte, mettiamo, il colpo batte su questi dodici ultimi e poi passa ai primi dodici”. Oppure osserva che “qualche giorno” le cose vanno così: “il rosso si alterna col nero e viceversa, quasi senza alcun ordine, a ogni momento, cosicché non si hanno più di due o tre colpi di fila sul rosso o sul nero”, ma “il giorno dopo, invece, esce di seguito soltanto il rosso, arriva a più di ventidue colpi di fila, e così la va immancabilmente per un certo tempo”.

E’ qui evidente la pulsione a cercare e a trovare regolarità, a conferire un ordine ai singoli eventi considerandoli connessi reciprocamente. “Nel corso delle fortuite combinazioni”, dice Dostoevskij, “suol esserci, sia pure non un sistema, ma, si direbbe, un certo qual ordine”. E’ un’illusione che non riguarda soltanto i giocatori, ma, in pratica, tutti gli esseri umani uomini di scienza compresi: la tendenza a “trovare” leggi dimenticandone la loro natura di costruzioni mentali. Quando possiamo rompere mentalmente qualcosa in una serie di elementi cui implicitamente assegniamo una classe e quando applichiamo loro un criterio per distribuirli o nello spazio o nel tempo parliamo di “ordine”.

E’ così che mettiamo “in ordine” i libri, i conti o le camicie – ed è così che, procedendo a ritroso, mettiamo “in disordine”. Checché ne pensino fisici e matematici in odor di misticismo, l’ordine e il disordine non costituiscono uno stato di cose in sé, ma, sempre e comunque, il risultato di nostre operazioni mentali – e, a volte, prima mentali e poi fisiche, come quando, dopo aver pensato alla loro successione, disponiamo i libri nello scaffale.

Avrei dovuto allontanarmi”, si dice il protagonista dopo aver perso tutto, “ma in me era sorta una certa strana sensazione, come una sfida alla sorte, come un desiderio di darle un buffetto, di mostrarle la lingua” – il sentimento di un potere che non si ha e, consapevolezza del proprio operare mentale alla mano, sarebbe contraddittorio avere.


Pubblicato da Felice Accame il 04/07/2018

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