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FELICE ACCAME. Dostoevskijana. Conto proprio e conto altrui


In casa, la mia passione per le corse dei cavalli non solo era nota, ma, per certi versi – pur che rimanesse nell’ambito di una trasgressione sobria – anche incoraggiata.


Poteva capitare, dunque, che qualche parente, porgendomi un biglietto di banca di entità modesta, mi dicesse: “Vai alle corse? Prendi, punta questi per me”.
Accettavo soltanto perché sapevo che la comunicazione non doveva essere presa alla lettera: significava “vai e divertiti giudiziosamente” e, sia in caso di vincita che di perdita, non era comunque prevista alcuna forma di restituzione.

Con un termine diventato di moda, anni dopo, per designare accordi politici impropri, potrei dire che era un dono travestito di consociativismo – quel denaro non costituiva impegno tra le parti e il fatto di destinarlo alle scommesse gli toglieva quell’aura di “sterco del diavolo” che accompagna il passaggio di denaro nudo e crudo da un adulto a un ragazzino. Sulle prime, l’io narrante de "Il giocatore" gioca conto terzi. A condizioni precise, dice: quella di “non giocare a metà” – che se avesse vinto non avrebbe tenuto nulla per sé – e quella che avrebbe avuto una spiegazione del perché del bisogno di denaro e di quanto denaro - si lascia convincere, cioè, a giocare per conto di un’amica.

Che perda tutto o vinca, qui, poco importa. Mi incuriosisce, invece, questa strana condizione di giocatore – di entrambi i giocatori. Chi ci mette – e poi ri-mette - il denaro non riceve alcuna di quelle gratificazioni che si associano al giocare – non c’è la scelta né il complesso rituale che a questa scelta prelude; non c’è l’attesa vissuta direttamente con l’evento; non c’è emozione e neppure quella specie di palliativo che, nelle vicende sessuali, è il voyeurismo. D’altra parte, neppure chi fa da tramite – neppure chi, materialmente, gioca – ha un granché di cui gioire e, anzi, comunque vada è come se si sentisse sottratto qualcosa.
L’averci la “mano fortunata” o “sfortunata” non può che lasciarlo indifferente: non sono affari suoi e, se c’è qualcosa che conta davvero nella scommessa, è il coinvolgimento.
Senza, dostoevskijanamente, è il trionfo del nichilismo.


Pubblicato da Felice Accame il 08/07/2018

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