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FELICE ACCAME. Dostoevskijana. Una vita di rinunce (tranne una)


Avviandosi verso la conclusione, "Il giocatore" comprende un dialogo in cui il protagonista viene interloquito da un suo conoscente, l’”iperbolicamente ricco” inglese mister Astley.


Gli chiede, quest’ultimo: “Dite, all’infuori del gioco, non vi occupate di nulla?” “No, di nulla…”, è la risposta.
E lì, puntuale, arriva il pistolotto in cui allo scommettitore viene cantata la morale: “Vi siete fatto di legno (…), non solo avete rinunciato alla vita, agli interessi vostri e a quelli sociali, al vostro dovere di cittadino e di uomo, agli amici vostri (eppure ne avevate), non solo avete rinunciato a qualsiasi scopo all’infuori del vincere al giuoco, ma avete rinunciato anche ai vostri ricordi (…) avete dimenticato i vostri sogni (…) i vostri più quotidiani desideri non vanno oltre il pair et impari, il rouge, il noir, i dodici numeri medi e così via”.

Lo tronco qui perché ce n'è a sufficienza per ricavarne una riflessione su quella che potremmo considerare come una deriva sociologica di chi, appassionandosi al gioco, supera una certa soglia. Di “totalitarismo” si cominciò a parlare all’inizio nel secondo decennio in rapporto al fascismo. Parlando di totalitarismo, si metteva l’accento sulla mancanza di pluralismo politico e su un’ideologia autoritaria che avrebbe dovuto provvedere ad ogni esigenza, individuale e collettiva. Paradossalmente, l’idea piacque agli stessi fascisti – come Giovanni Gentile - che, appropriandosene, lo caricarono di valori positivi. La figura del Duce assumeva il ruolo di padre-padrone di tutti gli italiani.

Più tardi, sul finire degli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta, in forma di aggettivo, “totale” trovò una nuova espansione fuori dalle somme aritmetiche e dai calcoli in genere associandosi a certe “istituzioni” sottoposte a critica radicale per i processi di disumanizzazione che implicavano. Si parlò di “istituzioni totali” a proposito delle carceri e degli ospedali psichiatrici, come, poi, di tutte quelle istituzioni – come la ferma per il servizio militare, i conventi o i lunghi viaggi in mare - in cui l’individuo è costretto a lunghe coabitazioni in uno stato di soggezione.

Chi supera una certa soglia di consapevolezza e di controllo di sé – senza lasciarsi la possibilità di decidere un’inversione di tendenza in qualsiasi momento -, come può essere il caso dello scommettere incallito, può, allora, essere considerato vittima di uno schema mentale totalitario.
Il gioco può assorbire su di sé, insomma, la totalità della programmazione di vita dell’individuo. E’ il caso di chi non riesce più a pensare che “a quello” o che, comunque – anche continuando a mantenere una vita di relazione apparentemente normale – orienta tutti i propri comportamenti al gioco o, meglio, all’esigenza di scommettere.

Detto in parole diverse, credo sia questo l’assunto di Dostoevskij. Da questo punto di vista, però, tutto può diventare “totalitario” – l’attività sportiva, praticata o semplicemente osservata da spettatore, o un hobby qualsiasi, come i rituali di ordine religioso. Si tratta del predominio di uno schema mentale sugli innumerevoli altri che costituiscono una preziosa riserva di alternative per ogni essere umano – schemi mentali la cui rinuncia, perlopiù coatta e subita nell’inconsapevolezza, impoverisce l’esistenza.


Pubblicato da Felice Accame il 15/07/2018

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