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FELICE ACCAME. Veniale e mortale


Osserva Freud che il bambino non ha alcun timore a giocare anche di fronte agli adulti, mentre un adulto, del gioco – e delle proprie fantasie al gioco connesse – si vergogna. A tal punto da nasconderlo. A maggior ragione, direi, se il gioco in questione implica la scommessa.


In un editoriale a firma “SMAR” di “Trotto & Turf” (IX, 59, 17.5.2018) si ringrazia calorosamente l’allenatore della Juventus, Massimiliano Allegri, per aver fatto cenno alla sua passione per le corse dei cavalli in alcune pubbliche occasioni, ma, un po’ contraddittoriamente, questa passione – fatta anche di scommesse – viene categorizzata come “peccatuccio veniale”.

Un grazie, “a nome di tutti gli ippici”, che la dice lunga sul senso di isolamento che affligge chi vive in questo contesto. Come se l’ippica avesse urgente bisogno di ratifiche sociali e come se queste ratifiche possano ormai giungere soltanto da chi è sovraesposto ai media: attori, cantanti, allenatori di calcio, rappresentanti vari del sistema delle stelle.
Anni or sono nessuno si sarebbe sognato di considerare la presenza di Andreotti al Derby del galoppo o quella di Bettino Craxi nel parterre di San Siro Trotto – l’una che assolveva un compito istituzionale, l’altra che, più banalmente, gratificava un’abituale domenica pomeriggio di svago – come un dono piovuto da un cielo di Dei sempre più ostici e iracondi.
Erano presenze “ovvie” – pubbliche, palesi -, senza bisogno di giustificazioni e, tanto meno, di essere nascoste.

Freud ascrive vergogna e sotterfugi conseguenti al mutare del suo rapporto con la realtà man mano che il bambino diventa adulto, perché solo apparentemente smette di giocare e, invece, sostituisce, surroga, il gioco con altro di cui – come di una fantasia inammissibile o come un desiderio infantile e inconfessabile – si vergogna.
Presumibilmente, Freud non ci va lontano, ma temo che ciò non basti a spiegarci il perché di tanto pudore nei confronti di un gioco che si basi sulla scommessa.
Lui stesso, d’altronde, contribuisce non poco al processo di demonizzazione: quando espone le molteplici ragioni per le quali Dostoevskij debba essere annoverato tra i “delinquenti”, oltre alla sua predilezione per raccontare vicende di violenti, di assassini, di egoisti, e oltre al fatto di aver abusato sessualmente – come Dostoevskij stesso ammette - di una “giovane ancora immatura”, Freud ci aggiunge la “passione per il gioco”.

Io, allora, arricchirei l’analisi anche in un’altra direzione. Nella scommessa c’è di mezzo il denaro e la sua valenza simbolica. Il denaro è ambiguo, vale in rapporto ad altro – quando compro una merce – e vale per se stesso – quando lo accumulo o lo presto ad usura. Come insegna Simmel il denaro riduce a quantità la qualità della relazione umana. In quanto tale, sul piano della storia sociale, il denaro rappresenta il feticcio fondamentale della borghesia, ovvero della classe idealmente coniugata al sistema capitalistico. Perderlo, allora – e magari perderlo per scommessa -, non rappresenta un “peccatuccio veniale”, ma “mortale” – di quei peccati per i quali si finisce negli inferni delle famiglie.

Se dovessimo metterla in termini di strategie revanchistiche – il problema della ratifica sociale della scommessa sulle corse dei cavalli -, però, non auspicherei soltanto il messaggio salvifico dall’alto. Voglio dire che è sicuramente vero che un certo istinto gregario nonché una propensione alla subordinatezza ideologica rendono più efficace la “testimonianza” del leader carismatico – l’Allegri nel calcio, come l’Einstein nella fisica o come il Bruno Vespa nei talk-show televisivi – rispetto a quella dell’ignoto qualsiasi.
Tuttavia, nella storia umana anche recente, si danno casi di processi di valorizzazione formatisi dal “basso”, ovvero da forze anonime e prive di poteri costituiti, che, da minoritari – a volte estremamente minoritari – che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli e, a volte, fin maggioritarie.

Una strategia riguardante la scommessa ippica in particolare, come ho già avuto modo di dire, può mirare a ribaltare i processi sociali di valorizzazione in atto, in questo Paese, solo a patto di saper mantenere ben separati l’ambito applicativo degli schemi deterministici e quello degli schemi casualistici-probabilistici. Fermo restando come ovvietà di base che il sistema di riferimento ha da essere il più trasparente possibile. Il che, in altre parole, significa soltanto che chi scommette possa governare davvero le variabili che incidono sul risultato (il che, detto in parole ancora più povere, significa che se i risultati delle corse dipendono da accordi sottobanco tra chi corre e da doping più e meno mascherato nessuna strategia – fosse anche “testimoniata” dal Papa in persona – può condurre all’obiettivo voluto).
Così e soltanto così è possibile che un Luciano Ligabue del prossimo futuro, al tripudio delle folle, invece di cantare “Una vita da mediano”, possa preferirle “Una vita allo steccato”.


Pubblicato da Felice Accame il 22/07/2018

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