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FELICE ACCAME. Al book o al toto


Sembrerebbe che una vera e propria svolta la si ebbe negli anni a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.


Per i galoppatori, questa svolta - lo racconta Nereo Lugli ne “Il romanzo del cavallo” (Vallecchi, Firenze 1966) - fu rappresentata dall’elaborazione delle prime tabelle dei pesi da assegnare ai cavalli – prima prendendo a criterio l’altezza, poi l’età, poi il genere, poi – più tardi – le prestazioni.
Insieme alla riduzione delle distanze da percorrere in gara, questo fatto contribuì non poco al successo delle corse che, a partire dal 1833, rese necessaria una regolamentazione delle scommesse. Sulle prime, a quanto sembra, “si scommetteva come in una lotteria (…) si giocava sorteggiando un numero e accumulando le poste” e “vinceva chi aveva avuto la fortuna di trovarne conferma nel numero del cavallo vincitore”.

A pensare di offrire ogni cavallo di una corsa ad una quota inversamente proporzionale alle sue possibilità di vittoria, fu un certo Davis, un muratore di Newmarket, che, presumibilmente – apprendendo l’arte di far scommettere sul più alto numero di partenti modificando via via le quote -, smise presto di fare il muratore. Automaticamente si palesò la necessità di annotare ogni singola scommessa su un libro – e nacque così, semanticamente giustificato, il bookmaker.
Che, redditizio com’era, presto, divenne un mestiere.

La scommessa al totalizzatore nasce un po’ più tardi e ad opera dei francesi. Intorno al 1860, dopo la creazione di Longchamp – inaugurato il 26 aprile del 1857 con la benedizione di Napoleone III. – un catalano di nome Joseph Ollier inventò questa sorta di lotteria in cui chi vince lo fa a spese degli altri giocatori (e, più tardi, a vincere a spese di tutti sarebbe stato lo Stato). Curioso e ormai difficilmente comprensibile è il nome che a questa tipologia di scommessa fu riservato: poule. Cui, in francese – a partire da “gallina” -, sono stati assegnati i significati più diversi, dalla mamma apprensiva alla donna di facili costumi, dalla puntata alla batteria eliminatoria di una competizione sportiva e, proprio nell’ippica, alla prova per puledri.

Se coucher avec les poules” è l’andare a letto con le galline e “une poule mouillèe” è un pulcino bagnato. In latino “pulla” e “pullus” designavano il piccolo dell’animale e ciò potrebbe spiegare qualcosa dei processi metaforici cui la parola è stata sottoposta. Che la parola, poi, sia finita sul totalizzatore e sull’insieme delle puntate ricevute potrebbe essere la testimonianza residuale di un mondo contadino in cui l’animale poteva costituire l’ambita posta di una scommessa. Oggi il bookmaker va scomparendo e, prontamente, il linguaggio registra il mutamento – si parla di quota fissa.
E l’alternativa fra “book” e “toto” ha cambiato senso. Scegliere l’uno o l’altro, un tempo, era questione particolarmente delicata e affidata a calcoli non semplici. A volte poteva convenire l’uno e, a volte, l’altro. Oggi, quando le scommesse al totalizzatore si riducono sempre di più – e quando, conseguentemente, sono sufficienti investimenti anche di poco conto per modificare sostanzialmente le quote -, tutta questa complicatezza è svanita. La quota fissa pare convenire sempre e comunque – e il fascino della scommessa ha perso ancora un po’ del suo smalto.


Pubblicato da Felice Accame il 29/07/2018

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