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FELICE ACCAME. Scommesse televisive


Nella storia della televisione italiana ricordo due trasmissioni incentrate sullo scommettere.


Nel 1976, Mike Bongiorno o chi per lui inventò "Scommettiamo?" e, nel 1991, Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci condussero "Scommettiamo che?".

Non so esattamente quanto, ma, di sicuro, qualche anno durarono e, pertanto, almeno un minimo di gradimento l’avranno avuto. Non il mio, però.
Da un lato, emergendo e facendola da padrona la voglia di fare “spettacolo”, il senso della scommessa non era sempre chiaro – e, perlopiù, la scommessa si riduceva ad un “sì” o ad un “no”; dall’altro, il coinvolgimento del pubblico a casa era palesemente strumentale o pressoché fittizio: in un caso si trattava di indovinare il campione della serata compilando una schedina e, nell’altro, toccava ad un parterre di “volti noti” rappresentare un telepopolo intero ridotto a “sondaggiati” scommettendo loro stessi sull’eventuale riuscita dell’impresa oggetto di scommessa.

Troppo poco o troppo fasullo per entusiasmarmi. Sono convinto che anche per coloro che di queste trasmissioni non si perdevano una puntata, comunque, la scommessa in quanto tale rimanesse in secondo piano rispetto ai vari personaggi che le ruotavano attorno. Perché i calcoli e tutto l’investimento affettivo che costituiscono il nucleo centrale della scommessa, privati come sono, sono difficilmente spettacolarizzabili. Troppo complicato, infatti, sarebbe raccontare per filo e per segno i criteri che ci spingono ad una scelta piuttosto che a molteplici altre offerte in alternativa – lì sì che nasce il bello della discussione, ma si tratterebbe di un sistema ipotetico deduttivo, cioè di qualcosa di poco “visivo” e ancora meno di “tele-visivo”.

Tra i titoli delle due trasmissioni – si sarà notato – c’era una somiglianza fin eccessiva, comprendendo perfino la stessa forma interrogativa. Confesso che quest’ultimo aspetto mi ha dato di che riflettere: il moralismo imperante del nostro Paese esige che, proponendo scommesse – di qualsiasi natura esse siano – alle famiglie asservite alla cultura televisiva, non se ne possa parlare se non in termini dubitativi. Come se ci si potesse permettere solo un bonario e timido invito, come se i verbi all’indicativo andassero evitati correggendoli con il punto interrogativo, per non incappare negli strali dei benpensanti.


Pubblicato da Felice Accame il 13/08/2018

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