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FELICE ACCAME. Gioco, sesso, cibo e shopping


Spesso, l’essere libero o l’essere determinato è considerato in termini di un’opposizione irrimediabile insita nelle situazioni che viviamo o nelle cose stesse.


Riducendo all’osso un’analisi che fu di Silvio Ceccato, spiega Giuseppe Vaccarino ne "La mente vista in operazioni" (D’Anna, Messina-Firenze 1974) che “si ha libertà quando al potere di scelta segue quello di capacità”.
L’esempio può essere quello del fumo: posso dire sia che si tratta di un comportamento scelto, sia che si tratta di un comportamento determinato. Dipende dallo schema mentale con cui guardo a questo comportamento: se lo vedo come l’insieme di una scelta e di una capacità, dirò che il Tale è libero di fumare o no; ma se lo vedo come l’esito di un processo autonomo che trascende l’individuo, dirò che il Tale fuma perché è condizionato, o perché ha contratto il vizio ovvero una forma di dipendenza.

Non so come sia finito e, anzi, credo che non sia finito affatto il caso giudiziario conseguente al commercio di una medicina molto utilizzata per tenere a freno il morbo di Parkinson. Le prime notizie che ne ebbi sono datate al 2008, le ultime al 2017, e avendo ormai un’idea di come vanno queste cose penso che soltanto i miei nipoti hanno qualche probabilità di sapere come andrà a finire.
Già i tempi della cosiddetta “Giustizia” superano di gran lunga lo stesso concetto di “Giustizia”, ma, allorché sono in ballo i criteri applicativi di categorie mentali, le cose si fanno ancora più complicate. Venne dunque intentata una causa o più cause contro i produttori del farmaco in questione sulla base di alcuni fatti.
Ad un cinquantaseienne canadese venne diagnostica il Parkinson nel 1996 e cominciò ad assumere il farmaco in questione nel 1999. Se, prima, era stato un modesto giocatore – roba da 100 dollari l’anno -, da lì in avanti fu preda di una compulsione al gioco d’azzardo che gli costò più di 100mila dollari. Nel 2004, qualcuno gli spiega che potrebbe esserci un nesso tra il gioco e il farmaco, smette di prenderlo e, come d’incanto, finisce anche la passione per il gioco. Messa così, la storia pare un po’ troppo semplice, ma lasciamo perdere.

Si era orchestrata, nel frattempo, tutta una messa in scena di denunce, di analisi e di controanalisi, perché il caso non era affatto il solo. Uno studio effettuato su 1.884 pazienti affetti da Parkinson mise in evidenza che, dei 529 che assumevano quel farmaco, 8 avevano sviluppato una vera e propria ossessione per il gioco d’azzardo – con i drammi personali e familiari annessi e connessi: un suicidio, divorzi, perdita del lavoro e della reputazione, riduzione sul lastrico. In altri studi si appurò che anche altri comportamenti, oltre al gioco d’azzardo, venivano sviluppati – in ordine al sesso, per esempio, all’alimentazione e allo shopping. Un primo risultato di tutto il bailamme fu che le aziende produttrici cambiarono il testo del foglio illustrativo del farmaco avvertendo quindi del potenziale pericolo.
In pratica, è stato riconosciuto legittimo applicare al caso in questione lo schema deterministico. Che qualcuno, di fronte alla ineludibile prospettiva di affrontare una pessima vecchiaia, decida – liberamente decida – di usare del proprio denaro e di togliersi tutte le soddisfazioni possibili prima che sia troppo tardi, non è stato considerato un argomento né umanamente né giuridicamente interessante. Eppure, alla luce della natura tutta mentale degli schemi con cui classifichiamo gli eventi, questa ipotesi, di principio, non è meno valida dell’altra.
Fatto è che, nell’applicare le nostre categorie mentali, utilizziamo criteri che non sempre abbiamo la pazienza – o la volontà, o la capacità - di esplicitare. L’”inizio” della scala è lassù o quaggiù? A volte dipende da dove ci troviamo. Sono “libero” di comprarmi un nuovo paio di jeans o sono costretto da un aumento dei livelli di dopamina da qualche parte nel mio cervello? Ci si deve convincere che la risposta “giusta” non c’è e che, più semplicemente, dobbiamo negoziare i criteri che governano l’uso delle categorie mentali – “inizio” e “fine”, come “libero” e “determinato” e come l’intero armamentario che costituisce la nostra mente. I numeri fanno. Anche se un caso – un caso solo – avrebbe tutto il diritto di essere preso in considerazione.

Un’ultima considerazione va fatta riguardo al numero, perché è sicuramente vero – ma giuridicamente eccepibile – che la quantità conti. Voglio dire che se 8 casi su 529 sono considerati significativi, anche un caso – un caso solo – andrebbe considerato significativo allo stesso modo. L’amministrazione della “Giustizia” non dovrebbe guardare alle statistiche: o un rapporto di causa e di effetto – tra farmaco e gioco - lo si pone o non lo si pone. Prima delle statistiche dovrebbe sempre valere la coerenza delle argomentazioni, perché il singolo ha gli stessi diritti dei molti. O, quantomeno, “dovrebbe averli”.


Pubblicato da Felice Accame il 08/10/2018

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