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FELICE ACCAME. Pioveneide. La lunga gestazione di una coda di paglia


Guido Piovene è stato uno scrittore italiano giunto piuttosto presto alla notorietà.


E’ nato nel 1907 ed è morto nel 1974. Gli è capitato, dunque, di attraversare il periodo del fascismo e della guerra – e non senza che qualche loro fastidiosissimo residuo gli rimanesse appiccicato addosso. Tanto che, nel 1962, provò a liberarsene pubblicando La coda di paglia – un titolo ben scelto per le proprie memorie.

Nel 1945, nel primo quaderno di “Prosa”, la rivista diretta da Gianna Manzini, Piovene pubblicò Caratteri, un breve saggio sul giocatore, ovvero su una figura umana affetta da un “vizio” che, a suo dire, se può contrassegnare l’età “giovanile”, “non può né deve sussistere nell’età più avanzata” nonostante il fatto, confessato, che lui stesso ci ricaschi almeno “una volta all’anno”.

Difficile non riconoscere a questo saggio il merito dell’originalità, ma altrettanto difficile è perdonargli l’eccessiva dose di moralismo becero e, scavando in profondità, una malafede che ha sempre contraddistinto l’arduo tentativo dell’autore di conservare una pubblica dignità. Non a caso, Sandro Gerbi gli ha dedicato un bel libro intitolato Tempo di malafede (Einaudi, Torino 1999).
Il sospetto è che se, prima di leggerlo, alle scommesse non ci si aveva mai pensato, dopo si è capito di aver perso qualcosa. Il gioco, allora – per Piovene -, è cosa da “giovani” – si dice “certo” che giocare, “tra qualche tempo” – sta scrivendo all’età di 38 anni - non gli sarà più “possibile”. Uno come lui che all’onor del mondo ci tiene parecchio – è subito fascista, è subito antisemita, è subito comunista, è subito tutto purché renda -, non può non notare che i giocatori riscuotono poca simpatia: “li circonda la diffidenza e il compatimento sprezzante che avvolge quanti non riescono ad essere della loro età, e in generale i vigliacchi”.

Una donna da lui peraltro reputata “non intelligente” gli disse che non ne voleva più sapere di un Tale, perché “è un giocatore; non è un uomo”. E questo gli basta per dire che il giocatore manca di “virilità”. Non solo. Il giocatore è un vile – “se è vero che la viltà è un male intellettuale il quale consiste nel vedere il mondo come un’organizzazione provvidenziale che lavora per noi, senza errori né scrupoli, anzi con furfanteria”. Che la viltà possa essere qualcosa di meno complicato in cui la provvidenza non c’entra per nulla non lo sfiora neppure, anche perché il concetto gli verrà ancora buono andando avanti nella filippica. Il giudizio più sensato sul giocatore – un “avaro” - lo avrebbe dato “un oscuro critico teatrale”. Non basta ancora. Il giocatore “è quasi sempre un ex-figlio di famiglia, avvezzo a vivere tra la gente che lo conduce per mano” – un borghese inetto, dunque, un “enfant gaté”. Con le definizioni – insulti gratuiti , generalizzazioni quantomeno avventate – avremmo finito, ma a questo punto Piovene apre alcune pagine dolenti del proprio diario.

La passione del gioco gli nacque “con l’estinguersi delle credenze religiose, insieme con la mania per le cartomanti e lo studio della filosofia” (si noti la triade, perfetta per chi, come il sottoscritto, ritiene che preti, maghi e filosofi discendano da una stessa teoria della conoscenza) e, “per molti mesi”, racconta, “ricorsi alle informazioni di un sudicio mozzo di stalla, piccolo e storto come un nano, che mi ingannava sempre, e sapendo che mi ingannava”.
E qui i nodi cominciano ad arrivare al pettine. Ora si capisce da dove arrivano i giudizi. Piovene perdeva – e vile e avaro com’era, gli seccava. Più volte, l’ippodromo lo chiama “campo da corse” – che ci corressero dei cavalli non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. Man mano che sviluppa la sua analisi, senza volerlo, rivela qualcosa di sé – e neppure si accorge di contraddirsi, come quando afferma che “non si crede alla provvidenza per giocare; si gioca per credere alla provvidenza” – ogni vincita è una conferma, ogni perdita è una smentita – dimostrando pertanto che dalle credenze religiose non si è liberato affatto.

Qualche problemino – è facile dedurlo – il gioco glielo deve aver creato anche nelle relazioni intime, perché, schiacciando sul pedale del sociologico alla buona, dice che, nella vita famigliare, il giocatore “tende a consegnarsi ad una donna, per non rischiare più, rinunciando ad ogni potere, ma chiedendole in cambio di essere una complice” e tuttavia – ancora in sprezzo di un minimo di coerenza - “le sue relazioni non reggono, perché il giocatore ama perdere”. Alle conclusioni riesce perfino a tirare in ballo quel periodo bellico che tanto lo tormenterà per il resto dei suoi giorni.

Un evento come la guerra, sentenzia, “mostrando chiaramente a tutti l’inesistenza del mondo provvidenziale, fomenta nei più stupidi e nei più vili la passione per il gioco". Staccherebbe dal gioco, invece “quanti sono disposti a vedere la verità” – “quanti” come lui è implicito -, quanti, giungendo finalmente a quella che lui chiama “l’età del coraggio”, rinunciano al gioco perché saprebbero che “la maturità non è altro che una resa dell’animo alla verità naturale”.

Cosa sia questa “verità naturale” – la verità di uno per il quale la donna di cui cita il pensiero non è intelligente, il critico teatrale che dice una cosa sensata è comunque “oscuro”, l’informatore è sudicio, piccolo e storto, il giocatore alla fin fine è stupido; la verità di uno che ha cambiato bandiera appena ha potuto – non si sa. Si sa – si capisce – come a lui possa far comodo la fede in una “verità” che gli faccia dimenticare le proprie, di viltà. Quando si arrampica su questi specchi mancano ancora diciassette anni a La coda di paglia, ma è chiaro che a questa qualcuno ha già attizzato il fuoco – che brucia.


Pubblicato da Felice Accame il 22/10/2018

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