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FELICE ACCAME. La scommessa estetica


Senza i contraenti – almeno due – e senza una definizione convenuta dei suoi termini, una scommessa non è tale.


Se non si conviene fra le parti quando e come il risultato della scommessa è deciso si va incontro ad equivoci che alla relazione in atto, bene di sicuro non fanno.

E’ vero che si possono creare situazioni che passibili di esser considerate come “scommesse”, ma soltanto metaforicamente. In proposito, l’ambito dell’estetica è particolarmente infido.
Colgo un esempio di ciò in un vetusto articolo pubblicato nel 1834 sulla rivista pesarese “La voce della ragione”.

Se si proponesse al compositore di musica di scrivere senza accompagno”, vi si dice, “di non impiegare né ritmo né modulazione, di confidarne l’esecuzione alla voce rauca e martellata di un cantore di parocchia; se gli si dimandasse di più, di scrivere cose sublimi a simili condizioni, qual è l’artista che accetterebbe la scommessa?”.
Retoricità della frase, ovviamente, vorrebbe che si rispondesse: “Nessuno”. E, presumibilmente, nel 1834, chiunque avrebbe risposto così.

Tuttavia, a gusti artistici mutati – si pensi al futurismo, al dadaismo, ai surrealisti, a tutta quell’ondata di novità artistiche che hanno caratterizzato lo sviluppo del Novecento -, ecco che la risposta avrebbe pur potuto essere diversa: la musica contemporanea – dall’intonarumori di Luigi Russolo alla “Fontana Mix” di John Cage – ci hanno abituato a ben altro – tutto è musica, raucedini e borborigmi inclusi. Voglio dire che, così come è formulata, la “scommessa” non può essere vinta né persa.

Il valore estetico è sì un risultato sociale, ma, comunque, è un risultato cui contribuisce ciascuno di noi. Nel tempo cambiano i criteri per determinarlo e, in definitiva, è soltanto l’artista che produce l’opera che può dirci quando questa è conclusa. L’esempio avrei anche potuto pescarlo in contesti linguistici attuali. Ho citato questo perché davvero curiosa è la sua fonte. E’ tratto da un articolo destinato a rimanere anonimo (siglato S. C. ), intitolato Il canto della Chiesa e pubblicato originariamente nel “Journal de la Meuse” stampato a Bar-le-.Duc, ex capitale del Ducato di Bar, in Lorena, ducato passato sotto la corona francese nel 1766. L’intento dell’articolo è quello di vantare il primato dell’arte musicale “liturgica”, conventuale, chiesastica, rispetto all’arte musicale espressa nei teatri e nelle sale da concerto “civili”. Viene ripreso e tradotto ne “La voce della ragione” (tomo XI, 1834, n. 61, pp. 50-52), rivista che, sotto la direzione di Monaldo Leopardi, padre di Giacomo e incallito reazionario, uscì dal 1832 al 1835. La sua missione era quella di opporsi alla deboscia dei tempi e, se fosse stata messa in termini di scommessa – ammesso e non concesso che se ne riuscisse a definire i criteri che l’avrebbero resa tale -, non si avrebbe molti dubbi sul fatto che sia andata persa.
Sul perché, ovviamente, le opinioni divergerebbero.


Pubblicato da Felice Accame il 05/11/2018

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