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FELICE ACCAME. La differenza cruciale.


Giungo al termine delle mie note.


Buona parte delle probabilità di sopravvivenza dell’ippica italiana – nel momento in cui scrivo – dipendono dalla diffusione di una consapevolezza – quella della differenza fra “betting” e “gaming” per dirla con termini anglosassoni - corrispondente, in parole più nostre, alla differenza fra scommessa su qualcosa di sensatamente, calcolatamente, predicibile e scommessa su qualcosa di azzardoso.

E’ per questa ragione che concludo queste mie note riprendendole da capo.
In materia ha da esserci estrema chiarezza affinché chi comanda non faccia di tutte le erbe un unico fascio, distruggendo stolidamente un intero sistema e l’intelligenza che lo sorregge.
Della differenza, insomma, e della sua natura occorre avere piena consapevolezza se non si vuole che, prima o poi, le cose ricomincino a confondersi. Occorre prendere le mosse da una consapevolezza di ordine superiore.
Gli esseri umani hanno sviluppato una quantità notevole di schemi mentali con cui categorizzare cose ed eventi e, in linea di massima, hanno piena libertà di usarne. Certo, se entro in un museo e mi trovo di fronte ad un quadro famoso è più probabile che io ne valuti il valore estetico piuttosto che il valore religioso. Se la stessa opera, invece che nel museo, la trovo in una chiesa è molto probabile che il secondo abbia la priorità rispetto al primo.

Oltre che dal contesto, dipende anche dalla sensibilità e dalla cultura di chi guarda. Comunque vada è pur sempre l’esito di una scelta mia. Ma se dovessi giudicare l’andamento di una partita di calcio è più che probabile e quasi doveroso che io assuma uno schema deterministico: considero la palla colpita in quel dato modo per ottenere quel dato risultato, attribuendo ai giocatori razionalità e reciprocità di rapporti in una logica di squadra, anche se, in alcune circostanze particolari – metti un rimbalzo strano o una deviazione della palla per uno smottamento del terreno di gioco -, sono pronto ad applicare uno schema casualistico.
E’ una questione, anche, di rispetto umano – il considerare altri come mossi da razionalità e volontà analoga alle mie – e di disponibilità alle relazioni sociali – perché, per parlare della partita, per spiegarla, devo far ricorso a criteri condivisi.
Nel mio libro su Le metafore della complementarità (Odradek, Roma 2006) mi ero già occupato della questione rielaborando un’analisi che fu di Silvio Ceccato. Articolavo l’argomentazione nel modo seguente:

Punto primo.

“Non certo con la semplice percezione troviamo che una cosa è ‘probabile’ o ‘determinata’: la morte, come malattia od incidente, può rimanere sempre la stessa; ma in due schemi differenti la inquadrano l’assicuratore, per il quale è probabile, ed il medico per il quale è determinata”.

Punto secondo.

Si consideri i tre elementi costitutivi di ogni forma di narrazione: paradigma, differenza e sanatura. E si faccia l’esempio della percezione della “pianta” lungo l’asse temporale. Se la pianta risultato della seconda osservazione al confronto con la pianta risultato della prima osservazione (paradigma, termine di confronto) risulta uguale, si parlerà della “stessa” pianta; se risulta diversa si parlerà di “un’altra pianta”, o di “crescita” o di “deperimento” e, in tutti i casi, si porrà il problema di sanare la differenza – per esempio, parlando della sostituzione, o dell’acqua che l’ha nutrita o della mancanza di terra dove affondare le sue radici. E, nel caso in cui la pianta rimanga la “stessa”, se, poi, lo sviluppo non si discosterà da quello assegnato al paradigma, si parlerà di “naturale” e di “normale”. Di “non naturale” e di “anormale”, in caso di differenza.

Punto terzo.

In rapporto alla differenza dal paradigma, della sanatura si potrebbe parlare come della “causa”, ma, potendo questa sanatura essere spostata lungo l’asse del tempo, la questione si complica. Se dall’osservazione, infatti, risultasse una crescita “abnorme” della pianta, la sanatura verrebbe situata “dopo” che la pianta già c’era e “prima” che la crescita si manifestasse in quel modo – si parlerebbe di una “causa movente” (o “efficiente”).

Punto quarto.

La scelta del momento, dunque, viene a determinare quell’ampio quadro categoriale variamente applicato nella storia della filosofia e delle scienze. Introducendo la sanatura al momento in cui il comportamento – ovvero lo sviluppo paradigmato – inizia, otteniamo la “potenza”. Introducendola prima ancora che il comportamento abbia inizio otteniamo la “causa finale”. Introducendola al momento del presentarsi della differenza otteniamo il “caso”. Introducendola al momento/periodo complessivo dell’intero comportamento (la pianta nasce, cresce abnorme, a causa di) avremo il “destino”, il “fato”, la “sorte”.

Punto quinto.

Si può, inoltre, fissare un paradigma in cui gli eventi-comportamenti siano almeno due, o comunque più di uno, in alternativa. Poi si decide che l’occorrere dell’uno o dell’altro dipenda, non più dall’intervento di una sanatura, bensì dalla semplice ripetizione della situazione, considerata pertanto sempre la stessa, uguale”.
“Si esce così dal mondo delle cose singole e ‘determinate’, ‘necessitate’”, dice Ceccato, “e si entra in quello delle cose plurime e ‘probabili’.”
Un esempio: la moneta, è caduta dalla parte della “testa” perché ha battuto con una certa forza e una certa inclinazione sul tavolo (schema deterministico); la moneta è caduta della parte della “testa” perché questo rientra nel secondo schema, “che contempla l’uscita sia di quella testa che di quella corona”. Buttando e ributtando la moneta, il fatto diventa “probabile”. Si stabiliscono eventualmente, infine, “anche rapporti di più o meno frequente, probabile, o di equiprobabile, precisando magari il numero di volte in cui l’evento considerato lo stesso si ripete, e la comparsa degli eventi fra loro diversi ad esso ricondotti.
Questa per esempio è la nostra interpretazione della roulette, ove appunto il lancio della pallina ed il ruotare del piatto sono considerati sempre eguali, mentre il posto dove finisce la pallina è distinto in trentasette caselle”.
Ciò se non si preferisce “lasciar credere che siano le stesse cose fisiche, la natura, la realtà, a comportarsi in modo probabilistico e deterministico, casuale o causale, etc.” – come, per l’appunto, è caratteristico del filosofeggiare degli scienziati e di chi ama scaricare responsabilità proprie e altrui. L’opzione non è di quelle di poco conto. Implica la riconduzione di tutti gli elementi in gioco – ciò che si tiene mentalmente “fermo”, il paradigma, ciò che gli si porta a confronto, il paradigmato, l’eventuale uguaglianza o differenza, l’eventuale sanatura, la loro correlazione sull’asse del tempo e, ovviamente, il tempo stesso - all’attività mentale che li costituisce ed alle modalità operatorie di questa loro costituzione. Il che non sarà semplice, d’accordo, ma è sempre meglio che imporre (od accettare) assunzioni contraddittorie. In alternativa – può esser questa la conclusione – ci sono operazioni mentali diverse – con tutta la libertà di eseguirle o di non eseguirle che ciò comporta. Ma ha da essere chiaro che le relazioni umane che conseguono dalla scelta sono molto diverse tra loro perché in un caso ci si carica di una responsabilità e nell’altro no. Eticamente e politicamente, la differenza è cospicua.
Nel secondo caso si andrebbe verso comportamenti sociali sullo stile del filosofo scettico Pirrone – quello che, secondo Diogene Laerzio, “lasciava andare ogni cosa per il suo verso e non prendeva alcuna precauzione”, mostrandosi “indifferente verso ogni pericolo che gli occorreva”.
Erano i suoi amici – più deterministici - a salvarlo e a “trarlo in salvezza dai pericoli”. Fermo restando che Enesidemo racconta anche il rovescio di questa sua medaglia: perché Pirrone, a quanto pare, sbandierava tutto il suo casualismo (“tanto è lo stesso”) quando filosofeggiava, ma “nella vita quotidiana si comportava con cautela e preveggenza”.



Pubblicato da Felice Accame il 25/11/2018

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